Il ghigno di Jugovic. Senza pietà

Ghigno sorriso Jugovic Ajax Juventus Champions League 1996

Non mentirò. La Juventus non rientra tra le mie simpatie calcistiche. Se è per questo nemmeno il Real Madrid. Non rientrano ora e non rientreranno nemmeno dopo Cardiff, qualunque sarà il risultato finale. Senza rancore.

C’è però un episodio nella storia bianconera che desidero sia tra queste pagine ed è a firma di Vladimir Jugovic, uno di quelli che a inizio anni ’90 giocava a Belgrado, tra bombe, disordini e guerra. Prima nel Rad, poi nella Stella Rossa. Senza paura.

La storia di Jugovic in Italia passa prima per la Sampdoria di Sven Goran Eriksson, che successivamente ritroverà anche alla Lazio, ma è del suo periodo alla Juventus e in particolare della sera del 22 maggio 1996 che intendo parlare.
Roma, Stadio Olimpico. È la finale di Champions League tra Ajax e Juventus, giunte ai calci di rigore dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. I bianconeri sono in vantaggio per 3-2 dagli undici metri e hanno sui piedi di Jugovic il rigore che può regalare la seconda coppa alla Juventus dopo quella dell’85 (sì… quella della strage dell’Heysel, ndr). Senza pressione.

Francesco De Gregori spronava Nino a “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore” ne “La leva calcistica della classe ’68″. Jugo, invece, se ne sbatte. È del ’69.
De Gregori cantava di un ragazzo dalle spalle strette che giocherà con la numero sette. Jugo se ne sbatte. Ha la maglia numero 14.

Parte da centrocampo incitato da 70mila tifosi, arriva all’altezza del dischetto, sistema il pallone, indietreggia per la rincorsa, fissa la porta, van der Sar e sul suo viso si disegna un ghigno beffardo. Un’espressione truce che mi piace pensare voglia dire: “Ne ho vinta una a 22 anni non lontano da qui (Coppa Campioni 1991 con la Stella Rossa a Bari, ndr), ora me ne vado a prendere un’altra, cazzo!”. Il tiro trafigge van der Sar alla sua destra. Senza pietà.

La Juventus è Campione d’Europa. E Jugo? Se ne sbatte.

Anni dopo dichiarerà: “Del tiro dal dischetto di Roma sento ancora le stesse sensazioni di allora. Era l’ultimo, quello che valeva la coppa. Cambierei qualcosa di quella notte? Mi gusterei maggiormente il successo. Subito dopo la finale di Roma andai a giocare con la mia Nazionale invece di festeggiare con i compagni”.

Jugo è così, “il ragazzo si farà”.

Ghigno sorriso Jugovic Ajax Juventus Champions League 1996

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