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“Con cantera y afición, no hace falta importación” – Il calcio autarchico dell’Athletic Club

Un popolo, una nazione, una filosofia. Considerare l’Athletic Club di Bilbao una semplice squadra di calcio è oltremodo riduttivo. Già dal suo anno di fondazione, il 1898, infatti, l’Athletic ha rappresentato il faro del panorama calcistico spagnolo e di valori d’orgoglio territoriale mai sopiti nel tempo. Pensate, ad esempio, che società pluridecorate come Barcellona e Real Madrid sono nate qualche anno dopo, sulle orme dell’influenza e delle radici britanniche che hanno reso celebre proprio la squadra dei Paesi Baschi.
E’ esattamente il senso di appartenenza all’Euskal Herria, la regione basca della Spagna, la filosofia chiave dell’Athletic Club, che ammette già da pochi anni dopo la sua creazione soltanto giocatori del territorio, puntando su una rete di osservatori e un settore giovanile senza eguali. “Con cantera y afición, no hace falta importación” è il motto della squadra e dei supporter, ovvero “Con il settore giovanile e il nostro tifo non ci serve l”importazione’ (l’acquisto di calciatori non baschi, ndr)”.
Un desiderio di autonomia e indipendenza dalla Spagna quasi viscerale, nonostante il temporaneo cambio di nome nel più patriottico ‘Atletico Bilbao’ imposto dal regime dittatoriale di Francisco Franco (…solo in quel periodo però, cari telecronisti italiani!), che però non ha impedito al club biancorosso di essere protagonista, insieme ai cugini baschi di San Sebastián della Real Sociedad, di un avvenimento epocale nel panorama geopolitico spagnolo.
E’ il 5 dicembre 1976, periodo in cui il regime franchista imperava ancora nelle penisola iberica, malgrado la morte del dittatore, e l’azione terroristica dell’E.T.A. iniziava a mietere vittime in nome dell’indipendenza del popolo basco. Josean de la Hoz Uranga, giocatore della Real Sociedad, propone in gran segreto ai capitani delle due squadre un gesto clamoroso da effettuare durante il derby per rivendicare il loro schieramento in questo clima di tensione e scontri politici.
Cucita in maniera improvvisata con dei drappi di stoffa dalla sorella di Uranga e trasportata di nascosto all’interno dello stadio eludendo i controlli della polizia, infatti, un’ikurriña, la bandiera basca, viene mostrata con orgoglio a centrocampo dagli storici capitani di Real Sociedad e Athletic Club, Kortabarria e Iribar, prima dell’inizio della gara. Si tratta di una presa di una vera e propria rivendicazione sociale, se si pensa che la bandiera, così come la lingua euskera, erano ritenute fuori legge e non venivano ostentate in pubblico da quasi quarant’anni.

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Ma ve li immaginereste mai Zanetti e Montolivo che mostrano una bandiera della Padania? A me vengono i brividi…

Tra il tripudio generale dello stadio Atocha, due squadre di calcio hanno posto la prima pietra di una riforma politica, attuatasi poi nel 1979, con l’istituzione della comunità autonoma dei Paesi Baschi, e di un sogno, tuttora mai avverato, di un’indipendenza totale.
Dalla sua nascita ad oggi l’Athletic Club, pur mantenendo la sua straordinaria, ma al tempo stesso penalizzante, filosofia autarchica su giocatori, finanziatori e sponsor obbligatoriamente baschi, ha conquistato otto campionati, ventitré Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna, senza mai retrocedere in seconda divisione. Ma pensate che, dopo aver scritto la storia di un popolo e di una nazione, questi allori, o le cessioni recenti di giocatori importanti come Javi Martinez e Fernando Llorente, possano ancora significare qualcosa di profondo? L’Athletic Club è molto di più. E’ una favola dotata sempre di lieto fine, un patrimonio storico, una brillante sinfonia rivoluzionaria. Il resto è solo e soltanto calcio.

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